Stop Acid Attacks

Un video e una donna che racconta la sua quotidianità, una vita caratterizzata da una sola parola: solitudine! Una dimora piccola e povera, raggiungibile solo dopo aver salito un’infinità di gradini.

Porte e finestre sbarrate a tenere lontane le persone. Le tenebre avvolgenti e rassicuranti ad ovattare il suo mondo privato. Un’unica amica a portare un poco di ristoro ad un’anima ingenua: la luna con la sua pallida luce. Giorni che trascorrono lenti e che diventano sempre più pesanti da vivere, persone che cambiano strada quando incrociano il suo cammino. I familiari che la evitano.

Un’unica domanda che si staglia pesante come un macigno: che cosa ha fatto per meritarsi tutto questo?

Una giovinezza appena sbocciata e subito violata: un volto orribile e sfigurato dall’acido che le rende impossibile chiudere gli occhi o sorseggiare educatamente una bevanda. E nonostante tutto questo, continua a vivere la sua modesta e solitaria vita. Ma un piccolo barlume di speranza si accende alla fine del racconto e un caldo abbraccio è in grado di dissipare, anche se solo per pochi attimi, il buio che attanaglia il cuore.

Un corto d’animazione che ti toglie il fiato (nonostante sia in hindi e sottotitolato in inglese) e che ti parla al cuore attraverso la voce di una vittima di questi crimini e mette in luce un grave problema: quello delle ustioni provocate da acido solforico, una violenza effettuata contro le donne.
Per quale motivo? Per aver rifiutato uno spasimante, per invidia, per dispute familiari o per una dote ritenuta di esiguo valore: banali motivazioni, ma sufficienti per scatenare questa violenza devastante, che arreca lesioni gravissime, se non addirittura la morte.

Solo a Bombay sono circa 9.000 le donne che hanno subito una violenza di questo tipo, ma nessuna di loro gira per la città. Si rinchiudono tutte in casa, per paura e perché, oltre al volto, hanno perso la loro identità, vivendo come fantasmi in una cristallizzata solitudine. Il governo e la società civile denotano scarsa sensibilità nei confronti di questo problema sociale: le vittime di queste violenze, che necessitano di immediate cure mediche, economiche, psicologiche e legali solo dopo la sentenza di una corte (pertanto dopo un iter lungo e burocratico) possono avvalersi di un aiuto, che risulta comunque piuttosto esiguo rispetto agli investimenti necessari per effettuare gli interventi chirurgici di ricostruzione plastica, ma non solo, in quanto l’azione corrosiva dell’acido colpisce gli occhi, il naso, la gola, rendendo difficile se non impossibile respirare e masticare, rende ciechi e sordi dando origine a gravi patologie croniche e spesso porta con sé infezioni letali.
Oltre a questo vi sono le lesioni psicologiche e il vuoto che si crea realmente intorno a queste vittime: gli amici e i familiari preferiscono non farsi vedere in compagnia di queste persone visibilmente deturpate.

Ne è nata una campagna, Stop Acid Attack, contro questa forma di crimine, una campagna supportata da alcuni attivisti, giornalisti, politici, celebrità e esponenti della società civile volti ad aiutare queste vittime e a costruire un ponte tra loro e la società, per aiutarle a superare lo stato di isolamento nel quale si sono rinchiuse e nel quale vengono rinchiuse.

E questo corto (realizzato da uno studente di Bombay che ha vinto il premio come migliore cortometraggio al Film Festival Indiano di Melbourne 2014 e ha ottenuto una nomination al World Festival dell’Animazione che si terrà in Croazia) si inserisce proprio in questa campagna: un ottimo esempio di storytelling applicato ad un contesto sociale, in grado di coinvolgere le persone nella loro interezza, sia la mente che le emozioni, inducendo all’azione e a divenire, in qualche modo, portavoce di questa causa.

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