Lezione di vita in 5 mosse

Non so se riuscirete mai a leggere questo post nella sua versione originale, perché potrebbe venire censurato, proprio dalla persona di cui vorrei parlarvi, troppo umile, sotto questo aspetto, da riconoscere che sta facendo cose straordinarie, o meglio, cose normali in modo straordinario.

È per questo che potrebbe essere fonte di ispirazione per tante donne, già a partire dal suo motto:

È infinitamente più difficile essere semplici, che essere complicati

E questo detto da una donna, la cui natura è l’essere complicata, che lavora in una società di origine americana che si occupa di software per gli analytics, è già una notevole sfida!

 

Ma quali sono le lezioni di vita che ho riconosciuto in lei e che ne caratterizzano la personalità?

 

  1. Vivere con coraggio – Ci vuole molto coraggio nella vita, per uscire dalla propria “zona di comfort”, quella bolla calda e accogliente nella quale amiamo stare perché ci fa sentire protetti; quella costituita dalle proprie abitudini, dalle proprie convinzioni e da un copione di vita reiterato nel tempo. È quella zona che ben conosciamo e che non vorremmo mai abbandonare, soprattutto per cambiare, per scegliere magari ciò che sembra essere meno comodo per noi. Sono i cambiamenti, però, che ci consentono di compiere quei piccoli passi verso una crescita personale, per progredire ogni giorno. E lei di coraggio ne ha tanto. Non è facile, infatti, riconoscere e accettare le occasioni professionali che la vita ci propone: ogni cambiamento comporta della fatica; occorre ricominciare tutto da capo e adattarsi a nuove dinamiche relazionali. Ci vuole coraggio anche per restare fedeli al proprio progetto professionale, che comporta, come per Michela, responsabilità, dispiego di energie e un continuo viaggiare. Nonostante questo, ci si può creare una famiglia (o almeno lei lo ha fatto), riuscendo a ritagliare spazi dedicati esclusivamente ai propri figli, chiudendo, quando necessario, la vita professionale al di fuori delle proprie mura domestiche. Occorre amare il rischio e la sfida, se si vuole cambiare, come ad esempio il modo di comunicare una società, focalizzando l’attenzione non più sul servizio offerto, ma sulle necessità degli utenti, sui loro specifici problemi che devono essere risolti. Si tratta di problematiche complesse e fortemente variegate, trattandosi di un software che raccoglie ed elabora Big Data, con ambiti di applicazione disparati, a seconda del settore in cui opera l’azienda e dall’incarico ricoperto dall’utente finale (si pensi, ad esempio, all’uso che può fare dei Big Data un persona responsabile del marketing, quando i dati reperiti sono le tracce digitali lasciate dai visitatori di un sito, rispetto a un ricercatore che lavora nell’Health, dove i dati da analizzare potrebbero provenire dal monitoraggio, tramite microchip sottocutaneo, dei parametri vitali di una persona).

 

  1. Semplificare: l’arte di semplificare le cose, senza banalizzarle, per consentire a tutti di poterle comprendere, anche quando si ha a che fare con la tecnologia più innovativa, con i Big Data, con l’Internet delle Cose, l’Agricoltura 4.0, il Machine Learning e l’Intelligenza Aumentata, con quegli ultimi ritrovati che quando verranno immessi nel mercato, resteranno per un certo periodo di tempo un presidio esclusivo di una nicchia di esperti. Non è per nulla facile condividere l’idea di alcune innovazioni tecnologiche, che potrebbero stravolgere la realtà a cui siamo abituati, senza diffondere timori ingiustificati o preconcetti. Michela ne ha fatto uno stile di vita: tendere alla semplificazione, ma sviluppando una propria forma di comunicazione definita “ibrida”, proprio per la sua capacità di rendere comprensibili a tutti degli argomenti futuristi, pur senza banalizzarli, e mantenendo contemporaneamente alto l’interesse di chi invece è abituato a parlarne. Fondamentale è anche la capacità di mantenere la propria genuinità personale, nonostante l’importante incarico che ricopre nella società, di conservare la semplicità nelle relazioni e di essere sempre pronta a sorridere e a dedicare il proprio tempo a chi ne ha bisogno.

 

  1. Essere onesti verso se stessi: una qualità che a volte è sottovalutata, ma che è indispensabile per poter vivere serenamente, è la capacità di riconoscere con sincerità i propri limiti e i propri timori, l’essere consapevoli che le proprie paure devono essere affrontate per potersi evolvere a livello personale; accettarsi per quello che si è, con i propri difetti e riconoscere anche i propri pregi, le proprie qualità: questi costituiscono un’altra caratteristica della personalità di Michela, una qualità che tutti noi dovremmo avere.

 

  1. Empatia: in ambito privato o professionale, è certo che si percorre molta più strada se si è insieme agli altri, perché il passo ne risulta più leggero. Per fare questo un notevole aiuto ci proviene dall’acquisizione di quella virtù che ci consente di immedesimarci nelle altre persone, per comprenderle più a fondo e riconoscerne il valore. Ne consegue la capacità nel saper riconoscere e apprezzare il lavoro di team e di ciascuna singola persona. Ma non solo. L’empatia porta a un cambio di prospettiva nell’interazione con i propri clienti, che non sono più bersagli da colpire con una comunicazione mitragliante, bensì se ne studia il profilo per individuare quale siano i problemi che hanno bisogno di risolvere e come il software possa aiutarli in questo senso. Oggi Michela preferisce parlare di Business to Personas, focalizzarsi sul viaggio esperienziale che il proprio pubblico compie, passando attraverso diversi punti di contatto: l’obiettivo è quello di farsi trovare nel momento in cui ce n’è bisogno. Una presenza del brand forse meno evidente, ma viva e pronta ad accorrere in supporto ai clienti: è questo il modo in cui Michela comunica l’azienda, partendo dalla principio che sono ancora pochi i brand davvero emozionali, in grado di coinvolgere i propri clienti in base all’immaginario che creano. Per la maggior parte delle aziende il diktat per restare sul mercato è quello di aiutare i propri clienti, essere loro utili.

 

  1. Rompere con gli stereotipi: quanti sono gli stereotipi a cui devono sottostare le donne? Troppi! Perché non romperne alcuni, come la falsa concezione che la vita professionale, la carriera possa essere abbracciata solo a discapito della dimensione familiare? Ci vuole coraggio e onestà verso se stessi, per trovare un proprio punto di equilibrio tra le due dimensioni, ritagliandosi piccoli spazi per sé. Anche se l’impresa è ardua, è però fattibile: l’amore per il proprio lavoro e quello per la famiglia sono complementari, non esclusivi. Si può essere innamorati di quanto si fa e credere in ciò che si fa, amando allo stesso modo anche la propria famiglia. Certamente il coraggio e l’onestà servono anche per riconoscere che a volte i superpoteri si esauriscono e serve l’aiuto di qualcuno: perché vergognarsi a chiederlo? Trasmettere alle nostre figlie questi insegnamenti, dunque, significa introdurre un cambiamento sociale nel sistema valoriale e archetipico delle generazioni future: le donne non saranno più solo gli “angeli del focolare”, quel ruolo che ci insegnavano i nostri avi e che era circoscritto alla gestione della casa e della famiglia. Le donne stanno acquisendo la consapevolezza di essere persone alla pari degli uomini, a casa come al lavoro. Non più principesse che attendono che un principe azzurro venga a salvarle, ma donne artefici della loro vita, che compiono le loro scelte libere da quelle costrizioni che inducono a non accettarsi per quello che si è, solo perché non si rispecchiano degli standard fisici. Si registrano già dei segni evolutivi a livello sociale, ma purtroppo a volte appaiono ancora come dei segnali deboli o rarefatti. Infine, un’ulteriore conquista per noi donne che è stata evidenziata da Michela, è quella di poter parlare liberamente ai nostri figli dei nostri sentimenti, di quelli che sperimentiamo in ogni momento della giornata nella gamma completa, che spazia da quelli positivi, a quelli più negativi, come la rabbia, la frustrazione, la paura … perché non insegnare ai nostri figli che siamo esseri umani, che proviamo dei sentimenti, ma che sappiamo anche gestirli?

Perché, dunque, non insegnare loro a essere ri-belle?

 

Queste sono solo alcune delle riflessioni emerse dall’intervista che mi ha rilasciato Michela Guerra, ma la ricchezza umana di questa Donna ha prevalso sul racconto che avrei potuto farvi di lei in veste di Regional Head Digital Marketing, Content & Communication presso SAS, o sui motivi che l’hanno portata ad essere una delle 15 #DigiWomen del 2017, una lista redatta da Digitalics delle donne italiane più influenti in questo ambito. Ne sarebbe nato un altro racconto, altrettanto interessante e istruttivo, ma quello di Michela in quanto Donna, ritengo che lo sia ancora di più.

Michela Guerra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *