Come lo storytelling può migliorare la vita

La narrazione, ossia lo storytelling è la più “antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana”.
(Jonathan Gottschall)

Ieri a Milano ho partecipato ad una conferenza sullo storytelling tenuta da J. Gottschall, un docente di letteratura inglese presso il Washington & Jefferson College: ho avuto pertanto la possibilità di approcciare la sua teoria sullo storytelling e di riflettere, ancora una volta, sull’importanza della narrazione.

Gottschall sostiene che la potenza dello storytelling è innegabile: quante volte ci siamo lasciati coinvolgere totalmente dalle immagini di video commerciali, dalle parole di una canzone, da un videogioco, oppure ci siamo immersi nella lettura di un libro e ogni volta ne siamo emersi modificati da questa esperienza?

Tutta la nostra vita, il nostro passato, l’idea del nostro futuro, i nostri pensieri e i sogni stessi che facciamo (sia quelli notturni che quelli ad occhi aperti), li visualizziamo sotto forma di narrazione: è come se fossimo degli spettatori passivi di fronte alla proiezione di un film di cui siamo i protagonisti principali.

Anche la storia della nostra vita avviene in forma di narrazione: si basa su alcuni fatti reali, che ci sono veramente accaduti e che costituiscono la trama della nostra fiction personale, che poi viene arricchita di nuovi elementi. Gli eventi storici, i capisaldi di ciò che siamo e che indicano i punti nevralgici della nostra esistenza, le direzioni prese e il percorso seguito per giungere a come siamo ora, costituiscono la trama, che viene però arricchita da un prezioso ricamo fatto di emozioni provate, di sensazioni ricevute, di aspettative, di valori in cui crediamo, che contribuiscono così a formare un microcosmo unico, ossia la nostra identità. Si tratta di una realtà, che, involontariamente, risulta essere verosimile, viene parzialmente distorta rispetto al puro susseguirsi dei fatti storici, proprio a causa delle variabili emozionali che intervengono a modificarne la trama e che la nostra mente introduce al fine di dare loro un significato.

Ma non ci piace unicamente pensare a noi come ad attori in un film. Ci piace anche venire trasportati in mondi alternativi, creati attraverso la narrazione: fin da piccoli, amiamo inventarci mondi fantastici, più o meno reali, interpretando ruoli e calandoci in diverse parti, inventando magari personaggi immaginari con i quali interagire. E così si gioca a fare la maestra, o a fare il dottore, si creano regni governati da re e regine, insidiati da draghi mostruosi da sfidare e da sconfiggere.
Si tratta di un gioco istintivo, insito nella natura dell’uomo, al quale giocano i bambini di tutto il mondo. Un gioco sedimentato nell’essenza umana.

storytelling, knight and dragon
Photo credits: FreeHDWalls

 

Da adulti, invece, i mondi narrativi ci vengono serviti attraverso altri canali: la libera fantasia lascia il posto ai libri, ai programmi televisivi, ai videogames, ecc. Si tratta di narrazioni che, se in grado di raggiungere il nostro livello emozionale, sono in grado di attirarci all’interno della storia, qualunque sia la narrazione (politica, commerciale, sessuale, sportiva, …), di proiettarci in mondi paralleli, di abbattere le barriere difensive solitamente erette dal pensiero razionale e critico, orientato allo scetticismo e all’incredulità, di mantenerci in uno stato ipnotico, di trance.
E se da un lato questo è lo stato che favorisce una maggior predisposizione ad accogliere e ad assimilare valori veicolati dallo storytelling, d’altro canto è quello che solleva maggiori perplessità, poiché le persone sono in una condizione di vulnerabilità e pertanto sono esposte a possibili manipolazioni.

Infatti alcune ricerche condotte dalla neuroscienza, hanno dimostrato che le storie sono in grado di penetrare nel profondo del nostro cervello quando suscitano emozioni forti, talvolta al punto tale da essere contagiose e da apportare modifiche al nostro sistema valoriale. Le storie, se create strategicamente sono in grado di creare legami empatici tra le persone, aiutano a comprendere modi di vivere diversi da quelli a cui siamo abituati, ad acquisire livelli di moralità e di valori più profondi, a creare i miti della società in cui viviamo. Gottschall definisce lo storytelling come “una sorta di colla sociale, in grado di unire le persone intorno a valori comuni”.

Oltre a veicolare valori, la narrazione è una palestra di vita, dove le persone si allenano ad affrontare le sfide della nostra condizione umana e sociale: proprio grazie alla possibilità di vivere esperienze di vita diverse e raccontate attraverso le storie, si possono apprendere schemi risolutivi da utilizzare in caso di bisogno reale, o prefigurare le conseguenze di azioni o di eventi senza correre rischi reali, o ancora assimilare dei comportamenti socialmente virtuosi.

Uno studio, ha dimostrato ad esempio come chi legge molta narrativa sia in grado di sviluppare maggior empatia e capacità di creare maggior interazione con le altre persone rispetto a chi legge soprattutto saggistica. E come afferma John Gardner “le storie creano i miti di cui una società può vivere”. Ma non tutti i miti hanno però generato narrazioni in grado di apportare un beneficio alla società civile: i miti generati da alcune narrazioni hanno scatenato guerre e genocidi, come è successo ad esempio con Hitler, che, ispirato dall’eroico tribuno romano le cui gesta sono narrate nell’opera wagneriana Rienzi, ha avuto la consapevolezza di quale fosse il suo destino: quello di liberare il popolo tedesco dalla “schiavitù, innalzandolo al culmine della libertà”. E così, la storia raccontata in un’opera a teatro ha avuto il potere di trasformare un giovane poco promettente in un grande Führer.

In conclusione, un’attività di storytelling strategicamente pianificata è in grado di veicolare valori e contenuti morali, di instaurare nelle nostre società le regole di una convivenza civile e maggiormente empatica, trasformandoci, auspicabilmente, in uomini migliori.

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